lunedì 17 gennaio 2011

POLENA


Una polena è una decorazione lignea, spesso figura femminile o di animale, che si trovava sulla prua delle navi dal XVI al XIX secolo. La pratica fu introdotta inizialmente nei galeoni, ma anche navi più antiche avevano spesso alcune decorazioni nella prua.
Come molte delle austere decorazioni del tempo la polena aveva lo scopo di indicare il nome della nave che la ospitava a persone che non sapevano leggere (anche se talvolta in maniera contorta), inoltre avevano lo scopo di mostrare la ricchezza e la forza del proprietario. Durante il periodo Barocco alcune navi vantavano polene gigantesche, pesanti molte tonnellate e talvolta ne portavano persino due, una per ogni lato dell'albero di bompresso.
Le grosse polene, essendo intagliate nel legno massiccio ed essendo poste sulla punta dello scafo, influivano negativamente sulle capacità di navigazione delle navi. Questo, e gli alti costi di realizzazione, portarono nel XVIII secolo a fare polene molto più piccole e addirittura ad eliminarle nel secolo successivo.
Dopo le guerre napoleoniche si ricominciò a produrre qualche polena, ma raffiguravano solo piccoli mezzibusti e non le grosse figure utilizzate in passato. I clipper degli anni 1850 e degli anni 1860 erano in genere dotati di polene a figura intera, ma queste erano relativamente piccole e leggere.
La polena in quanto tale morì con la fine dell'utilizzo della propulsione a vela in larga scala. I primi piroscafi avevano delle strutture che ricordavano le polene sulla loro prua. Tale pratica durò sino alla prima guerra mondiale
http://it.wikipedia.org/wiki/Polena

Le polene esercitano ancora una forte suggestione, sono accuratamente conservate in collezioni pubbliche e private, sono ricercate dal mercato antiquario, e sono state immortalate nella letteratura e nella poesia.
Pablo Neruda

A una polena

Sulle sabbie di Magellano ti raccogliemmo affranta
navigante, immobile
sotto la tempesta che tante volte il tuo dolce petto
sfidò e in due capezzoli divise.

Ti rialzammo un'altra volta sui mari del Sud, ma ora
eri la passeggera dell'oscuro, degli angoli, come
il grano e il metallo che custodivi
in alto mare, avvolta nella notte marina.

Oggi sei mia, dea che l'albatro gigante
sfiorò con la sua ampiezza spiegata nel volo,
quasi un manto di musica che nella pioggia eseguono
le tue cieche ed erranti palpebre di legno.

Rosa del mare, ape più pura dei sogni,
donna come una mandorla che dalle radici
di una quercia popolata di canti
sei divenuta forma, forza di foglie e nidi,
bocca di tempeste, dolcezza delicata
che avrebbe conquistato la luce coi suoi fianchi.
Quando angeli e regine che nacquero con te
si coprirono di muschio e dormirono
immobili venerate come morti,
sei salita sulla cima sottile della nave,
angelo e regina e onda, per far tremare il mondo.
Il brivido degli uomini saliva
fino alla tua nobile tunica, al tuo petto di mela,
mentre le tue labbra, oh dolce, erano inumidite
da altri baci degni della tua bocca selvaggia.

Nella notte incredibile il tuo cinto lasciava
cadere il peso puro della nave sull'onde
tagliando nella cupa grandezza un sentiero
di fuoco demolito, di fosforico miele.
Nei tuoi riccioli il vento aprì la burrascosa
sua cassa, lo sfrenato metallo del suo gemito,
e la luce dell'alba ti accolse tremolante
nei porti per baciarti il molte diadema.

Qualche volta hai fermato sul mare il tuo viaggio
e l'ondeggiante scialuppa calò dalla murata,
simile a un grosso frutto che si distacca e cade,
un marinaio morto che la schiuma accoglieva
in quel puro oscillare del tempo e della nave.
Ma solo tu fra tutti i volti snervati
dalla minaccia, immersi in un dolore sterile
hai accolto quel sale spruzzato sul tuo viso
e negli occhi hai serbato le lacrime salate.
Più di una povera vita scivolò dalle tue raccia
verso l'eternità delle tue acque mortuarie
e l'attrito causato dai vivi e dai defunti
ti ha logorato il cuore di legno marino.

Oggi abbiamo raccolto dalla sabbia la tua forma.
Alta fine, ai miei occhi tu eri destinata.
Forse dormi, ma già dormivi; sei forse morta, ma già eri morta;
finalmente il tuo moto ha scordato il sussurro
e lo splendore errante il suo periplo ha chiuso.
Furie del mare, percosse del cielo hanno cinto
di una corona di squarci la tua testa altera
e il tuo volto come una conchiglia riposa
con ferite che segnano la tua fronte cullata.

Per me la tua bellezza serva tutto il profumo,
tutto l'acido errante e la sua notte buia.
E nei tuoi seni eretti di lampada e di dea,
turgida torre, immoto amore, vive la vita.
Tu navighi con me, protetta , fino al giorno
che ciò che io sono sarà lasciato cadere nella schiuma.
(da Poesia 1924-1964, traduzione di Roberto Paoli, BUR, Milano, 1996).

5 commenti:

Sandra ha detto...

Argomento pregno di fascino. E Neruda dà i brividi.

Vania ha detto...

@Sandra...
...stavolta confermo.:)...le parole in questo caso le ha dette benissimo Neruda.

... è stato un argomento estemporaneo...ecco perchè ho chiuso l'altro blog....avevo preso "in mano" la foto che avevo scattato e da qui è nato tutto...i casi della vita.

bluoso ha detto...

Ciao, anche tu dunque passi attraverso il 'caso'... e io che sempre + penso che niente succeda 'per caso'...
Buona notte e grazie per il prezioso lavoro che continui a regalarci. Luigi.

Luigi ha detto...

splendida quella nella foto...grazie!!!

Vania ha detto...

@bluoso....
...il "caso"...sarebbe un argomento da spendere fogli e fogli di parole.
...il lavoro che faccio ...non è lavoro è un piacere scoprire qualcosa di nuovo.:)

@Luigi...
...contenta che Ti piaccia...molto anche a me.:)
...di nulla.